Agenda Setting

Che fare con la Merkel

Che fare con la Merkel

Il progetto tedesco euro 2.0 genera disparità, e per noi eterodirezione. Se diciamo di no, ecco le fatiche necessarie in economia e politica estera

Dal 18 aprile 1948 non c’è forse mai stata,nella recente storia d’Italia, una scelta tanto importante e densa di conseguenze come quella che ci aspetta nei prossimi mesi (o settimane). Bisogna decidere se rivolgere ad alcuni organismi sovranazionali europei la formale richiesta di acquistare titoli di stato (in modo da abbassarne i rendimenti che da sei mesi ballano attorno al 6 per cento squilibrando il bilancio pubblico) e accettare le condizioni in materia di politica economica connesse a tale intervento. La decisione, che ipoteca un arco di tempo non breve, incide sia sulla sovranità nazionale sia sul ruolo e lo status dell’Italia nell’Unione europea di cui siamo uno dei sei soci fondatori.

Se si accettano le condizioni, che definiscono una via di risanamento economico, nei passi operativi così stabiliti conteranno assai più gli obiettivi degli organismi sovranazionali e degli stati forti in essi influenti che gli interessi strategici dello stato oggetto d’aiuto: prevale l’attenzione per il pareggio di bilancio in tempi brevi in modo da confermare la solidità della costruzione europea e passano in secondo piano la tenuta del sistema produttivo, la persistenza degli assetti proprietari a base nazionale, l’addensarsi causa deflazione delle tensioni sociali. Per i prossimi governi italiani sarà fissata non solo l’agenda delle cose da fare – ma questo è un dato strutturale, il risultato di una storica catena di errori – ma anche la lista degli strumenti da usare e la griglia dei tempi: la loro sarà una sovranità molto circoscritta, più che in altri paesi. Un esito del genere, applicato per la prima volta a uno degli stati-chiave dell’Unione, mostra con evidenza la mutazione verso la disparità che colpisce i processi di integrazione.

Se si sfugge alle condizioni, la prospettiva non è tanto più attraente. Il rifiuto degli aiuti vincolati immette in un complicato percorso nazionale che ha l’obbligo di bloccare il deflusso di capitali verso l’estero, far funzionare il credito in condizioni di fiducia incerta, schivare situazioni di illiquidità, gestire turbolenza sociale. A questa scelta difficile il dibattito pubblico – e il giudizio dei cittadini che ne deriva – arriva impreparato. L’Europa non è mai stata un tema centrale per l’opinione pubblica. E’ sempre apparso come un orizzonte dato, un’architettura nella quale eravamo naturalmente inseriti. Anzi, qualcosa di più, almeno da quando negli anni Ottanta anche il Pci accetta la prospettiva europeista: un comune cammino di progresso, uno sviluppo che di per sé accresce il benessere dei popoli. Come tale, privo di conflitti: gli scontri tra gli stati, portatori di specifici interessi nazionali, sono sempre scivolati ai margini senza investire l’attenzione pubblica. L’agiografia europea, che separa il concreto svolgersi dei processi di integrazione affidati agli specialisti dall’immagine divulgata, diventa versione condivisa, ufficialità politica, quasi una nuova langue du bois che sterilizza la riflessione. Il contrappasso è il sostanziale distacco dal sentimento collettivo: l’Europa è uno sfondo avvolgente, ma non suscita interesse o emozione. I suoi effetti, anche quando (introduzione dell’euro) incidono nella vita quotidiana e la rimodellano, sono accolti come eventi inevitabili. 

Oggi questa immagine, immanente e quieta, va in pezzi. All’improvviso l’opinione pubblica scopre un processo di integrazione che porta brutte notizie, tocca in negativo l’esistenza di ciascuno e riflette aspre divisioni tra i soci europei. L’orizzonte benefico che forniva il rassicurante complemento a un’identità nazionale da sempre incerta si rivela, dopo un brusco giro di carte, il limite invasivo della sovranità, il veicolo di decisioni che ci vincolano ma non dipendono da noi. In Italia manca una tradizione costituzionale che tematizzi il nesso tra sovranità nazionale e integrazione che la circoscrive, i partiti non sono abituati a discutere le sottigliezze della politica europea, i media si trovano a disagio quando perdono la bussola dell’ottimismo da Unione in crescita.

C’è un terreno di riflessione da costruire mentre le decisioni sono urgenti. Il punto-chiave è capire come si articoli l’interesse nazionale con le diverse strategie oggi realmente in campo per affrontare i problemi che si affollano nell’area euro. Sono almeno quattro i processi ad alto potenziale disgregante oggi in corso sulla scena europea. Nell’orlo meridionale e mediterraneo dell’Unione quattro sistemi economici stanno per schiantarsi e altri due (Italia e Slovenia) sono in forte difficoltà, soprattutto per fragilità proprie ma anche, in misura significativa, per gli effetti negativi derivanti dagli squilibri dell’euro; di quell’orlo solo la Francia, pur con sbandamenti, resiste grazie anche al sostegno politico – e forse tecnico – della Germania. Un buon numero di banche europee mostrano debolezza strutturale e problemi a ricapitalizzare: possono quindi avere bisogno di aiuti dal sistema comunitario. In tutti gli stati dell’area euro cresce la disaffezione verso la moneta unica e verso l’Unione: la crisi attuale rischia di danneggiare per molti anni l’idea dell’integrazione europea. Infine, ma non è il tema minore, entrano in tensione i rapporti con gli Stati Uniti che imputano all’inerzia europea la quota maggiore di responsabilità nell’aggravamento mondiale della crisi.
In questo scenario di progressiva lacerazione si scorgono, riconoscibili e coerenti, tre principali strategie d’azione di cui due di matrice tedesca. La Germania, del resto, è lo stato in Europa che non solo ha l’economia più solida ma anche ha più riflettuto sulle implicazioni dell’integrazione e sull’ingranamento fra sovranità nazionale e poteri degli organismi sovranazionali: il dibattito costituzionale mostra certamente un lato politico in quanto i suoi contenuti influenzano la partita fra  le diverse strategie in merito all’evoluzione dell’architettura europea, ma è soprattutto uno sforzo per garantire ai cittadini elettori che la loro quota decisionale nel processo democratico non patisca erosioni come effetto collaterale delle cessioni di sovranità dal livello nazionale a quello sovranazionale.

Delle due strategie tedesche prevale per ora quella che si può definire strategia Merkel. Non immagina espulsioni, se non forse per la Grecia, ma prevede condizioni incisive che, in cambio di sostegno finanziario, si applicano agli stati messi alle corde dal debito e ne riducono la sovranità in materia di politica economica. L’obiettivo è duplice: da un lato ridurre gli impegni a carico degli organi sovranazionali (e della Germania che ne detiene la quota maggiore) attraverso il rapido riequilibrio dei bilanci (pareggio al più presto) e un deciso contenimento del debito; dall’altro accentrare il comando in modo da prevenire ulteriori rischi di scivolamento degli eurodeboli a causa di politiche lassiste: meno poteri a stati e Parlamenti, più poteri – incluso il cruciale controllo sui bilanci nazionali – trasferiti ai vertici sovranazionali (di qui l’attenzione per forme di copertura referendaria). La caduta – via deflazione interna – del tenore di vita negli stati che soggiacciono alle condizioni è considerata un esito inevitabile e, per certi aspetti, positivo in quanto la ricchezza della fase pre crisi includeva gli effetti di un indebitamento (privato e/o pubblico) finito fuori controllo: il rientro nella normalità comporta una pena che è il prezzo da pagare per salvare la casa comune messa unilateralmente a repentaglio. Non provocano traumi né sono sgradite le circostanze che corredano la caduta della ricchezza: deflussi di capitale per lo più verso gli stati forti i cui titoli di debito hanno costi in vistoso calo; indebolimento di rivali nell’export; sfaldamento degli assetti proprietari in settori sensibili con conseguenti occasioni di shopping. Sull’esecuzione della linea strategica affiorano differenze interpretative: sono alle porte le elezioni legislative e i socialdemocratici, che confidano sull’onda espansiva della sinistra (come in Francia, Olanda, Italia), premono per condizioni più restrittive – anche a tutela del welfare interno. Su questo versante hanno peso le questioni poste dal dibattito costituzionale: quanto più vincolanti nel metodo sono i requisiti che la Germania fissa per la propria cessione di sovranità tanto più stringenti diventano le condizioni imposte agli stati che chiedono sostegni.    

La seconda strategia è quella delineata dai critici dell’euro (e nostalgici del marco). Sono convinti che l’impianto dell’euro sia sbagliato, non suscettibile di correzioni e quindi avversano tanto gli aiuti quanto le condizioni: poiché l’euro ha messo insieme economie e culture politiche troppo differenti, l’eterogeneità di fondo è insanabile e la moneta unica non potrà mai funzionare. Le condizioni, per quanto severe, non aggiustano i deboli e in questa prospettiva la TransferUnion è alla lunga l’unico esito possibile. Il rifiuto degli aiuti oggi previene domani la spirale delle sovvenzioni e l’ortodossia della Bce è il miglior presidio contro la deriva dei salvataggi bancari e statuali. L’uscita degli stati deboli è una conseguenza naturale che rimedia un errore di costruzione politica e il numero delle vittime è il modo più efficace per stabilire, attraverso un test di sopravvivenza, il perimetro finale di un’area euro omogenea e funzionante.

Le due strategie condividono i principi di fondo e differiscono sulla terapia. I principi condivisi sono l’idea per cui la tutela della sovranità tedesca implica l’azzeramento dei sostegni finanziari, il rifiuto del debito mutualizzato in quanto premio a comportamenti irresponsabili, l’inclinazione a condizionare le quote di decisione in ambito sovranazionale alla sanità di bilancio. Da questo nucleo concettuale emerge la visione di un’area euro 2.0 (copyright Olli Rehn) a bassi divari strutturali, unita nell’ideologia monetaria e di bilancio e quindi con divergenze di politica economica ridotte al minimo, segnata da un esplicito marchio tedesco: il rigetto dell’idea, presente nel neonato progetto di unione bancaria, di porre il corpo principale degli istituti tedeschi, molti dei quali in condizioni non brillanti, sotto la vigilanza della Bce è un indicatore significativo. Le divergenze sui metodi di cura hanno invece un carattere strumentale, tattico e non paiono intralciare la posizione negoziale tedesca: spesso anzi, in un classico gioco di sponda (hard cop soft cop), la rafforzano. In tale quadro per gli stati eurodeboli si configura comunque un orizzonte spiacevole: o un’annessione di cui essi stessi pagano i costi (è l’ipotesi migliore) o un’espulsione in condizioni di grave infermità.

C’è infine una terza strategia realistica che si riallaccia a una tradizionale posizione britannica e nell’Europa continentale appare defilata, poco raccontata: mette l’accento sull’efficacia funzionale di un’area comune di mercato, prevede legami più deboli e volontari per altre aree, considera opportuna la divisione dell’Eurozona per via negoziale secondo linee di omogeneità economica, in base a un giudizio meno poetico di quello che sulla tenuta dei vari stati dettero, all’esordio dell’euro, i leader europei. In questa linea rientra l’esercizio di futurologia compiuto a metà agosto dall’Economist che immagina un’area euro amputata del lato sud (Italia esclusa) e dell’Irlanda. L’idea-base della terza strategia è che il processo di costruzione europea, ora caduto ai minimi storici di credibilità nella coscienza dei popoli, abbia bisogno urgente di un reset: l’ortodossia europeista non ha saputo dare della crisi, che dura ormai da oltre un lustro, una interpretazione all’altezza dei principi proclamati e delle attese collettive; il rilancio verso un’integrazione più ampia, estesa ad altre materie, rischia di creare – in una fase di acri squilibri economici e di crescente disparità politica fra gli stati – dure reazioni di rigetto. Una rivalutazione realistica dello stato di eterogenea varietà in cui versano gli stati chiamati a integrarsi può fare da base per una ripresa meno idealista e meno conflittuale della costruzione europea. E’ da notare che la fase attuale segue un altro periodo opaco di cui amplifica l’effetto negativo – quello del riassetto organizzativo connesso all’allargamento verso est: procedure appesantite, scadimento di standard professionali, Commissione più lenta e appannata.

Fra i passi avanti verso l’unità politica di soggetti votati, come postula la strategia Merkel, a divenire omogenei attraverso un “coordinamento coatto” (Amato) e i passi di lato consigliati dall’empirismo inglese si apre un largo ventaglio di strategie intermedie che hanno fragili basi di realtà. E’ il territorio delle ipotesi che vogliono combinare i vincoli rafforzati alle politiche di bilancio, da adempiere subito, con operazioni volte a mutualizzare in prospettiva futura il debito pubblico. Di fatto contano i vincoli subito: la prospettiva rischia di non trovare mai la congiuntura giusta per realizzarsi. Se ci si attiene al metro dell’efficacia tecnica, progetti come l’emissione da parte di un Fondo europeo – garantito da beni reali conferiti dagli stati – di EuroUnionBond destinati a rilevare parte del debito pubblico dell’eurozona (è la proposta di Prodi e Quadrio Curzio) hanno un valore coesivo e stabilizzante che li rende nel medio periodo quasi ineludibili; se però si valuta l’ostilità, filosofica e morale in primo luogo, delle economie forti a condividere la responsabilità per errori altrui – tale appare loro oltre una certa soglia il debito – commessi da soli, la prospettiva di congiungere misure deflattive individuali (risanamento a breve dei singoli stati) con iniziative (solidali) comuni appare meno probabile. Gli stati dell’orlo mediterraneo rischiano di scambiare una costosa annessione con la promessa di un vantaggio illusorio che svanirà nel fuoco dei prossimi passaggi di crisi.

In questo contesto la decisione sull’adesione alle condizioni assume un valore cruciale. Nel momento in cui la terza economia dell’area euro richiede un aiuto temporaneo, privo di garanzie per il futuro e in cambio consegna allo stato leader la propria politica economica, offrendo così una sostanziale ipoteca sul proprio apparato produttivo, la strategia Merkel ottiene un avallo di enorme importanza e di fatto si qualifica come inevitabile: il passo italiano di sottomissione vale come precedente e come benchmark per gli altri stati dell’euro, tutti quanti – tranne la Francia – più piccoli e/o meno solidi.

La scelta tocca oggi a un governo tecnico e forse, in condizioni meno complesse,sarebbe utile una consultazione popolare. Se decide, con una valutazione di prospettiva, di sfuggire all’area euro 2.0 e al “destino di eterodirezione” (De Rita) che essa implica, il governo sa che la via non è semplice: muoversi controcorrente richiede sforzi di grande portata. Occorre, è quasi ovvio dirlo, proseguire l’opera di riduzione del perimetro pubblico inefficiente o non competitivo (con il privato): il taglio del debito, che è il nostro principale fattore di vulnerabilità, è il fronte più urgente, soprattutto se si considerano i ritardi storicamente accumulati. Ma è anche importante rivalorizzare quelle relazioni politiche, esterne all’area euro ma essenziali nella storia italiana, che al momento, per ragioni diverse, appaiono compresse nella gabbia del coordinamento coatto: dagli Stati Uniti, che considerano l’asse degli esportatori consolidato tra Germania e Cina un moltiplicatore degli squilibri mondiali (genera surplus poco riutilizzati provocando effetti depressivi diffusi) e un elemento geopolitico avverso (comprime l’azione americana e divide l’occidente), alla Turchia, delusa per il lungo ostruzionismo al suo ingresso Ue, dai paesi arabi alla Russia.

In un contesto così articolato esiste spazio politico per delineare accordi regionali nel lembo mediterraneo, nonché tra aree dell’Unione e aree esterne come Turchia, paesi arabi, Russia, in grado di creare alternative ai sostegni condizionati e all’accentramento del comando. Evitare di sancire disparità di status – applicate anche agli stati di maggior rilievo – e rimandare, in una fase che non assicura equilibri paritari e solidali, ulteriori cessioni di sovranità è forse il modo migliore per assicurare al progetto dell’integrazione una prospettiva di lunga durata.

di Antonio Pilati

(Source: stampanazionale.esteri.it)

Attaccare il debito (ma di brutto)

Otto anni dopo la “riflessione inquietante” di Guarino sul bilancio pubblico, l’Italia è schiacciata tra la sua fragilità e insostenibili compiti a casa. Una via per uscirne, senza creare nuove Iri (possibilmente)
Il 6 agosto 2004 il Corriere della Sera pubblica in evidenza un’analisi di Giuseppe Guarino con un titolo che oggi, a quasi otto anni di distanza, appare molto attuale: “Il debito pubblico? Serve una cura choc. E’ il vero freno dell’economia italiana”. Il sommario auspica “un impegno bipartisan per accelerarne la discesa”. Ma è il contenuto che, in alcuni passaggi, fa impressione: “Nel sistema comunitario gli stati membri non sono tenuti ad aiutarsi reciprocamente. Sono legittimati a trarre profitto dalle difficoltà degli altri. In 20 anni le nostre residue imprese maggiori o le migliori banche potrebbero passare sotto controllo estero. La causa cronica che debilita l’economia italiana è il debito. (…) Siamo prossimi a un punto di non ritorno. Anziché insistere con il metodo di sottoporre ancora per anni la collettività a salassi annuali dell’ordine di 20-30 miliardi di euro senza che se ne intravvedano benefici va valutato se non sia di maggior vantaggio incidere sul debito con tecniche che non comportano oneri né per il cittadino né per le imprese”.

Negli anni in cui cessa l’uso delle monete nazionali e i confronti di competitività con i paesi dell’euro sono all’ordine del giorno, il tema del debito pubblico cattura l’attenzione politica. Nel marzo 2002 Tremonti, ministro dell’Economia, vara Patrimonio s.p.a. che forma un veicolo flessibile dove concentrare, in vista della dismissione, una parte di rilievo degli immobili pubblici. Nel 2003 è redatto, secondo gli standard internazionali, il primo stato patrimoniale del settore pubblico che fa emergere un rapporto patrimonio/pil pari al 137 per cento (valore più alto di quello medio dei partner europei). Il Documento di programmazione economica finanziaria (Dpef) 2004, seguendo indicazioni Ue, prevede per il debito una riduzione di due punti percentuali annui durante il quadriennio che chiude al 2008. Guarino completa la sua analisi con una proposta radicale (realizzare un’operazione finanziaria in grado di portare rapidamente il rapporto debito/pil almeno sotto la soglia del 90 per cento) che è presentata nell’ottobre 2005 a una giornata di riflessione su “Debito pubblico e competitività” organizzata da Nexus (un’associazione di cultura politica promossa da Enrico Manca).

L’idea parte da “una riflessione inquietante”: “La spirale ascendente del debito è destinata a prodursi a partire da qualsiasi momento, indipendentemente dal livello del rapporto debito/pil che sia stato raggiunto, quando concorrano le due condizioni della crescita insufficiente dell’economia e della insussistenza di risorse ulteriori. La circostanza che lo stato si dimostri incapace di arrestare l’ulteriore deterioramento del rapporto debito/pil potrebbe costituire un preannuncio di bancarotta. La gravità delle conseguenze deve indurre a molta prudenza quando si ipotizza che tra quattro o cinque anni, per effetto della ripresa dell’economia mondiale, o di quella comunitaria o di quella dell’Italia in particolare, il problema potrebbe risolversi da sé. Se queste attese andassero deluse e se nel frattempo si fossero bruciate le ultime risorse disponibili, lo stato di default sarebbe inevitabile”.

Con la fine della legislatura 2001-2006 il tema del debito scivola in secondo piano: la congiuntura migliora, declina l’enfasi sulle grandi opere pubbliche (da finanziare per qualche via), cambia il governo. La strategia standard, che prevede l’erosione del debito con graduali avanzi annui suscitando i timori di Guarino (con i piccoli passi si finisce sempre, al primo refolo di vento, per tornare indietro), riprende a dominare: il controllo rigoroso dei conti (Padoa-Schioppa prima, Tremonti poi) ridà sicurezza, fa scendere di qualche punto il rapporto debito/pil e vela la fragilità di fondo. La debolezza strutturale però non è sanata e anzi due processi che guadagnano forza nella seconda metà del decennio la aggravano. Da un lato aumenta, fino a raggiungere il 40 per cento del totale, la quota del debito italiano detenuta da soggetti esteri: ciò implica un deflusso netto di capitali e assoggetta il costo del debito a valutazioni poste fuori dalla sfera d’influenza dell’emittente statale. Dall’altro lato cresce nell’area dell’euro, complicandone sia il governo sia la razionalità sistemica, la divergenza d’interessi tra gli stati membri, acuita dalla barocca sovrapposizione delle norme. Quando nel 2008 la crisi finanziaria tramuta la brezza in tempesta e il dissolvimento di fiducia, dopo le banche, investe gli stati che per salvare il sistema del credito dilatano il debito, gli elementi profondi di fragilità del nostro bilancio pubblico rimbalzano in primo piano, con un aspetto ancora più drammatico di quello mostrato negli anni in cui Guarino formulava la sua diagnosi predittiva.

Le divergenze all’interno dell’Eurozona portano prima ad ammettere – durante la disputa sul salvataggio della Grecia – e poi a teorizzare che gli stati membri, per i quali fino a poco tempo prima il rischio sul debito era stimato pari a zero, sono suscettibili di default. Ciò si riflette duramente sui titoli italiani: cresce il rischio percepito, le agenzie di rating segnalano allarme, i detentori esteri escono, s’innalza il premio richiesto: comincia la danza degli spread. Il tocco finale lo dà la bulimia normativa dell’Ue: appare una buona idea, nell’estate degli spread, aggiungere al tradizionale vincolo sul deficit (che non deve superare il 3 per cento annuo; ma noi ci siamo impegnati dal 2013 al pareggio) anche un obbligo relativo al debito: i paesi che, come l’Italia, hanno un rapporto debito/pil superiore alla soglia ammessa del 60 per cento sono tenuti a ridurre l’eccedenza di 1/20 all’anno.

di Antonio Pilati

© - FOGLIO QUOTIDIANO

(Source: ilfoglio.it)

Eresie, esorcismi e scelte giuste (secondo Savona)

Eresie, esorcismi e scelte giuste (secondo Savona)

Quelli che seguono sono stralci tratti dall’ultimo libro di Paolo Savona, “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”, edito da Rubbettino (e che il Foglio di carta ha anticipato):

A parte gli scenari catastrofici che, lo ripetiamo, qui non condividiamo, il problema più urgente da affrontare è quello di limitare i danni di un aggiustamento che proceda secondo le linee imposte da un’Unione europea guidata dal “blocco culturale germanico” (Germania, Austria, Olanda e pochi altri), che gli Stati Uniti hanno preso a criticare duramente, trovando per ora ascolto tardivo e parziale solo nella bce. Se questa è la soluzione politica che si intende dare al problema, l’Italia deve effettuare una seria analisi costi-benefici delle condizioni di permanenza nel Patto di stabilità e nell’euro, opponendosi a vincoli esterni che vengono via via rafforzati senza muovere verso l’unione politica.Oppure avere il coraggio di uscire dalle istituzioni europee che, se non verranno corrette, la butteranno nel caos economico e sociale.

Il rifiuto di procedere, come sperato e implicito nella creazione dell’euro, in direzione di un’unione politica – ossia di mettere le sorti dei paesi membri in comune, con parità di doveri, come giustamente si chiede, ma anche di diritti, come è giusto che sia sul piano democratico – comporta che i gruppi dirigenti di ogni paese abbiano il dovere di tutelare gli interessi del loro paese. Quindi anche quelli che governano l’Italia. Se la reazione è quella di domandarsi quali sono i veri interessi di un paese, è inevitabile che si proceda come da noi proposto: redigere un Piano A, composto dalle scelte da fare per stare in Europa, e un Piano B, che preveda come uscirne, sapendone valutare di entrambi costi e benefici. Altrimenti si tradisce la Costituzione del Paese che fissa compiti precisi per i cittadini e i governanti. Si sostiene che i danni di un’uscita dall’euro e, di conseguenza, dall’Unione europea sarebbero ingenti, anche peggiori di quelli che si hanno e si avranno se si resta dentro le istituzioni europee faticosamente create, trattato dopo trattato. Questa è un pregiudizio fondato su ideali nobili o timori del futuro, non un giudizio fondato su basi razionali. Questi calcoli sono difficili? Certo. Ma vanno comunque fatti, anche perché la credibilità del Paese all’esterno e il consenso all’interno dipendono da una loro chiara esplicitazione. I media ci informano che alcuni paesi lo vanno facendo e taluni si scandalizzano al solo pensiero. I presupposti basati su sillogismi quali “uscire dall’euro equivale a un disastro certo”, è la continuazione di un’eresia non accettabile sul piano politico, e le invocazioni a restare ancorati agli accordi perché è il costo minore, equivalgono a un puro esorcismo. Il degrado economico, che diviene inevitabilmente degrado politico, non si arresterà aggrappandosi alle sole speranze che non accadrà restando in un’inesistente Europa politica.

Non avendo fatto per tempo questo calcolo, quando si è sotto attacco speculativo, è più difficile e costoso attuare un Piano B e siamo ormai in queste condizioni. Ma non lo è da meno perseguire un Piano A, imposto dall’esterno, di cui non si sono valutati, ma si temono gli effetti. Il più concreto segnale di questa seconda valutazione è lo spread Btp-Bund, il divario tra il rendimento dei titoli di Stato poliennali dell’Italia e della Germania, nascenti dal dubbio che il Paese non ce la faccia a rimborsare il debito proprio perché accetta di stare nell’Ue che impone deflazione o richiede riforme difficili da fare e, forse, anche socialmente inopportune, senza garantire la certezza della protezione. Ripetiamo che, se il tasso d’interesse pagato sul debito supera il saggio nominale di crescita, si distrugge ricchezza e si entra in un circolo vizioso che peggiora le condizioni del Paese anno dopo anno. È lo stato in cui ci troviamo e si può uscire solo prendendo decisioni indipendenti da ciò che gli altri (e il mercato) ci dicono di fare.

Prima tra tutte la cessione del patrimonio pubblico in una delle forme proposte (da Guarino-Savona) e di mobilitazione volontaria di quello privato (da Monorchio-Salerno). Se l’Italia decidesse di lasciare l’euro avrebbe certamente un contraccolpo grave, ma recupererebbe il controllo dei tre strumenti di aggiustamento che ha ceduto alle autorità sovranazionali e che esse solo in parte utilizzano. L’Italia ben conosce l’efficacia di questi strumenti, avendoli ampiamente sperimentati in passato creando propria moneta e fissando tassi d’interessi e rapporti di cambio estero. Dopo una crisi di proporzioni elevate, che si innesterebbe in quella già in corso, essa recupererebbe la responsabilità del proprio futuro. Gli errori sarebbero i suoi e forse gli italiani si convincerebbero a non ballare mentre il Titanic affonda (o non sognare di poter salire su una nave da crociera), invece di consegnarsi in mani straniere, le quali fanno certamente i loro interessi e non i nostri. Dopo un secolo e mezzo di lotte per la conquista delle sovranità proprie di uno Stato, di cui proprio quest’anno festeggiamo il 150° anniversario, riprendere i vecchi vizi di affidarsi a potenze straniere per risolvere le divisioni interne che paralizzano le scelte giuste appare come il più drammatico errore che possa compiere l’Italia dopo essersi affidata al fascismo.

(Source: ilfoglio.it)

Quattro scelte di fondo (Bce inclusa) per uscire dalla crisi

Da Il Foglio - 19 gennaio 2012
Quelli che seguono sono stralci tratti da ”Eresie, esorcisrni e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia”, il nuovo libro di Paolo Savona 
Per ottenere effetti permanenti al di là delle esigenze temporanee affrontate con le manovre, la prima scelta giusta sarebbe quella suggerita da Friedrich von Hayek, un economista le cui idee più a destra non si potevano collocare: trasformare in tutto il mondo le Camere alte (quindi il Senato in Italia) in luoghi dove dovevano accedere le menti elette, più sperimentate e avanti negli anni con il compito di curare gli interessi delle generazioni future, lasciando alle altre Camere quello di curare gli interessi delle generazioni presenti. Un necessario corollario è il potenziamento dell’istruzione a tutti i livelli. (…) La seconda scelta giusta di fondo, ossia al di là di quelle necessarie per affrontare la congiuntura, non sarebbe quella di riformare i mercati del lavoro e del capitale in modo da rendere meno rigido e costoso il lavoro e più sicuro il meccanismo di formazione del capitale, ma adattarne il funzionamento alle necessità della concorrenza globale avendo come guida (benchmark) l’innalzamento di livello della convivenza civile, non solo del benessere materiale. L’importante è che la combinazione dei due fattori portino sviluppo nell’equità come indicato dall’ordoliberismo, la corrente filosofica della Scuola di Friburgo fondata da Walter Eucken. Esso ebbe pratica attuazione nell’economia sociale di mercato voluta da Adenauer ed Erhard in Germania nel dopoguerra. Se non fosse che si è trasformata in un nuovo razzismo, quello economico, secondo cui vi sono popoli incorreggibilmente lassisti, che vanno governati con pugno di ferro, sarebbe un modo giusto di governare se venisse esteso all’unione politica europea; ma la Germania, che ha indubbi meriti economici, non perde i suoi vecchi vizi e li ripropone periodicamente in forme nuove. In questo contesto, il governo della distribuzione del reddito, certamente un tema centrale e ineludibile degli Stati moderni, non può essere lasciato al mercato nell’ipotesi che esso sia perfetto e si comporti come esplicitato nei libri di testo di economia, ma va affidato ai Parlamenti e alla contrattazione privata tra lavoro e capitale. (…) 
La terza scelta giusta di fondo è quella che l’Italia non smetta mai di chiedere, la riforma dei due grandi accordi internazionali, quello dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e quello del Fondo monetario internazionale (Fmi). Dovrebbe farlo a ritmi martellanti, perché le malformazioni dei mercati sono intrinsechi ai loro Statuti. Quello del Wto va integrato con il principio che chi vuole partecipare a parità di diritti al commercio globale deve praticare lo stesso regime di cambio, al quale aggiungere, per equità, quello di non demolire gli istituti dello Stato del benessere laddove esistono, ma indurre chi non ce li ha a introdurli.(…) Quello del Fmi va emendato per portare gli Sdr, i diritti speciali di prelievo, al centro del sistema monetario e valutario internazionale, costringendo tutte le monete nazionali, quindi anche il dollaro, a riferire il suo valore a questo standard. La quarta scelta giusta di fondo è fare lo stesso con gli accordi europei vigenti, mandando a Bruxelles chi fa gli interessi dell’Italia e non di se stessi con il preciso mandato: a) di chiedere il completamento degli accordi sull’unione politica, mettendo le sorti in comune e dando all’euro la natura di moneta con dietro uno Stato dotato di tutte le sovranità; b) di avere una politica di bilancio, entrate e spese, concordata secondo il principio di sussidiarietà, già posta a base dei principi ispiratori del Trattato di Maastricht, che però ciascun paese non ha interpretato come dovere di concordare con gli altri le proprie scelte quando le soluzioni dei problemi non potevano essere efficaci se attuate a livello nazionale; c) di allargare le competenze della Banca centrale europea assegnando a essa il compito di intervenire anche sul mercato dei cambi e sui debiti sovrani, nonché esercitare pienamente il ruolo naturale di lender of last resort, come va facendo ma su basi spontaneistiche e discrezionali esercitate nei limiti imposti dal principio di sussidiarietà sottostante alla logica dei Trattati europei; d) di completare la liberalizzazione del libero movimento di persone, di capitali e di beni e servizi sia per ribadire la natura di patto democratico tra i paesi membri dell’Unione europea, sia per ovviare alla natura di area monetaria non ottimale dell’Eurozona. Se non venisse accettato questo programma-obiettivo, ci dovremmo preparare ad affrontare una dura crisi di transizione che ci porterebbe a recuperare spinta sullo sviluppo, ripartendo da una moneta nazionale svalutata sul mercato dei cambi di almeno un buon 40 per cento in meno dell’attuale valore dell’euro rispetto al dollaro, ossia 0,80 rispetto al valore corrente, peraltro già raggiunto subito dopo la partenza dell’Eurosistema. Discenderemo immediatamente parecchi gradini sulla scala dei confronti internazionali, ma saremmo in condizione di risalire gradino dopo gradino nella graduatoria dei paesi del mondo, possibilità che oggi manca. La politica dell’Unione europea ci costringe di restare inerti nella situazione di bassa crescita ed elevata disoccupazione, soprattutto giovanile, infliggendo agli italiani i costi equivalenti a quelli da sopportare se uscissimo dagli attuali accordi. Le altre scelte giuste sarebbero tutte di natura interna e dipendono dal realizzarsi in tutto o in parte dall’attuazione, che non dipende da noi, delle quattro indicate. Avremmo cioè tante possibili alternative, quanti sarebbero gli scenari con una o più di queste scelte soddisfatte. Il modo migliore per cavarcela senza troppe complicazioni e incomprensioni è di ipotizzare che nulla ci verrà concesso, molto ci verrà invece richiesto. Esiste quindi una quarta scelta giusta bis, quella di uscire dagli accordi europei e affrontare il mare aperto della speculazione, recuperando però l’uso degli strumenti propri della sovranità economica – quantità di moneta, tassi d’interesse, rapporto di cambio, entrate e spese dello stato – restando però nel contesto degli accordi globali, come quelli che reggono l’Onu, il Fmi e il Wto, e, se possibile, negli accordi di libero scambio europei. Penso che nessun paese membro abbia interesse a farci uscire, per cui l’evento è improbabile, ma  il solo minacciarlo rafforzerebbe il nostro peso contrattuale nell’ottenere la quarta scelta giusta, quella di restare nell’euro e nell’Ue.

(Source: rubbettinoeditore.it)